 |
3
giugno 1994 - PeaceLink crackdown
Fuori dal
contesto dei sequestri ordinati dalla procura di Pesaro l’11 maggio,
il 3 giugno 1994 un nuovo provvedimento di sequestro colpisce
Taras Communication, il BBS di Giovanni Pugliese, nodo centrale
della rete PeaceLink, nata nel 1992 per costituire un "legame
di pace" elettronico all’interno del mondo dell’associazio-nismo
e del volontariato. La rete nasce a partire dall’omonima area
messaggi FidoNet (PEACELINK.ITA), e si espande in seguito anche
sull’internet, con un sito web e un gateway che permette di esportare
come mailing list le conferenze dei BBS. In un secondo tempo PeaceLink
si costituisce come associazione di volontariato dell’informazione.
Cosa rende questo episodio diverso dalle altre decine di sequestri
avvenuti in quel periodo? In questo caso l’azione su Taras non
sembra avere la funzione di intimidazione dell’underground digitale
che ha caratterizzato i sequestri di "Hardware I", ma
si tratta di un’operazione locale e individuale. Molti i misteri
che aleg-giano attorno al "PeaceLink crackdown". Chi
sono le "persone degne di fede" pronte ad assicurare
di aver visto sborsare dalle 50.000 alle 200.000 lire per ogni
collegamento a Taras Communication? Se ne parla in un comunicato
del capitano Cazzato della GdF alla procura della repubblica di
Taranto. Un altro elemento di valutazione sono i ripetuti monitoraggi
realizzati da parte dei servizi segreti non solo su PeaceLink,
ma in generale su tutto il panorama dell’under-ground digitale
italiano. Probabilmente il sequestro del nodo centrale di PeaceLink
non è un oscuro complotto dei servizi segreti, ma l’attività
incessante di controllo e schedatura delle reti telematiche e
del mondo pacifista è un dato che non può sottrarsi
alla verità storica dei fatti accaduti in quell’oscuro
1994.
Il reato contestato a Giovanni Pugliese riguarda l’articolo 171
bis della legge 633/41: Chiunque abusivamente duplica a fini
di lucro programmi per elaboratore, o, ai medesimi fini e sapendo
o avendo motivo di sapere che si tratta di copie non autorizzate,
importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale, o concede
in locazione i medesimi programmi, è soggetto alla pena
della RECLUSIONE da TRE MESI a TRE ANNI e della MULTA da L. 500.000
a L. 6.000.000. In parole povere l’indagato non sarebbe un
semplice detentore, ma uno "spacciatore" e trafficante
di programmi coperti da diritti d’autore. Quali sono le prove
di questo losco traffico? Tutto l’iter processuale relativo a
questa accusa è ancora in piedi dopo una perizia da dieci
milioni di un perito FONICO (finito sotto processo nel maggio
1998 con l’accusa di usura continuata) che ha rinvenuto all’interno
del computer sequestrato a Giovanni Pugliese sola-mente una copia
non registrata di Word 6 Microsoft, già installata e ovviamente
non disponibile per il prelievo sul BBS, ma sufficiente per dimostrare
il teorema dell’"importazione, distribuzione e vendita"
a scopo di lucro.
Criminalità informatica
L’azione contro Giovanni Pugliese parte da un sostituto procuratore
della Repubblica presso la Pretura di Taranto; a suo avviso vi
è "fon-dato motivo di ritenere" che la banca
dati potesse servire per porre in commercio duplicati di programmi
coperti da copyright: la per-quisizione ricerca in casa di Giovanni
Pugliese la centrale operativa di un giro commerciale informatico-criminale.
È il 3 giugno 1994 e a Taranto fa caldo. Nelle stanze della
17° Legione della Guardia di Finanza il capitano Antonio Cazzato,
comandante della 1° compagnia del capoluogo jonico, si appresta
a in-viare alla Procura della Repubblica una richiesta di perquisizione
del BBS centrale di PeaceLink: questo Comando, nel corso di
indagini svolte al fine della repressione della c.d. "pirateria
informatica" è venuto a conoscenza che la parte in
rubrica esercita di fatto l’illecita attività di riproduzione
e vendita di programmi per elaboratore tramite una "BBS"
denominata "Taras Communication".
La "parte in rubrica" è Giovanni Pugliese,
coordinatore nazionale della rete telematica PeaceLink. Nel suo
appartamento di Statte, un piccolo paesino in provincia di Taranto,
Giovanni Pugliese trasforma il computer accanto al suo acquario
in una banca dati pacifista che, a partire dal 1992, si impegna
a "dare voce a chi non ha voce", diffondendo informazioni
che non trovano spazio sui media tradizionali, relative a diritti
umani, pacifismo, non violenza, rapporti tra nord e sud del mondo,
lotta alla mafia, ecologia.
Ma il capitano Cazzato comunica alla Procura della Repubblica
di Taranto che si tratta di una banca dati avente per oggetto
la illecita riproduzione di programmi per elaboratore; l’attività
della banca dati di Giovanni Pugliese risulta destinata in
modo esclusivo e ininterrotto alle operazioni di riproduzione
dei programmi. Il capitano Cazzato mette in guardia: La
situazione sopra descritta, meritevole di ulteriori approfondimenti,
configurerebbe una fattispecie rilevante dal punto di vista penale
(violazione all’art.171 bis della 633/41 per la riproduzione non
autorizzata di programmi per elaboratore e per l’uso degli stessi
a fini di lucro). Specifica infatti: Dalle informazioni
assunte da questo Comando presso persone degne di fede sembra
che tali quote varino dalle 50.000 alle 200.000 lire per ogni
collegamento. Nessuna cifra viene corrisposta, invece, qualora
si intendano copiare programmi di pubblico dominio.
Il rapporto informativo della Guardia di Finanza prosegue:
I pro-grammi che fornisce la BBS sono di varia natura. Oltre
a programmi di pubblico dominio (non soggetti, cioè, a
licenza d’uso) vi sono programmi tutelati dalla legge sui diritti
d’autore, la cui riproduzione viola il disposto dell’art. 171
bis della L. 633/41. A questi programmi si accede previa corresponsione,
sembra a mezzo di c.c.p. intestato al nominato Pugliese Giovanni,
di una somma che varia a seconda del tipo di programmi che si
vogliono "prelevare".
Indagini preliminari
Se la Guardia di Finanza di Taranto si fosse collegata a Taras
Com-munication sarebbe stato chiaro che quella banca dati era
il cuore pulsante di PeaceLink, una rete dove non si scambiavano
programmi ma messaggi pacifisti. Fare affidamento su "persone
degne di fede" non era certamente l’unico modo per indagare
sulle attività del coordinatore tecnico di PeaceLink: non
c’è bisogno di essere esperti investigatori per capire
che sarebbe stato utile effettuare de-gli accertamenti bancari
sul conto di Giovanni Pugliese e sul conto corrente postale destinato
ai contributi volontari per le spese di gestione della rete. Ci
si sarebbe resi conto che il giro di milioni relativo ai collegamenti
a Taras è solo un fantasioso teorema, tut-t’altro che dimostrabile.
Un’altra cosa utile da fare prima di affidarsi ciecamente alle
"persone degne di fede" sarebbe stata un’operazione
di esplorazione della banca dati di Pugliese, analoga a quella
effettuata dalla guardia di finanza di Torino. Era sufficiente
collegarsi al BBS di Pugliese presentandosi come un potenziale
acquirente di programmi copiati illegalmente per scoprire che
l’unico traffico all’interno di Taras Communication era una circolazione
vorticosa di idee e di cultura della non violenza. Purtroppo una
operazione del genere non è alla portata della Guardia
di Finanza tarantina, incapace di emulare le gesta dei colleghi
torinesi.
Ad affermare questa incapacità è lo stesso ministro
della giustizia Alfredo Biondi, rispondendo in data 18 febbraio
1995 all’interrogazione scritta n. 4-00531 22/6/94 del Sen. Pietro
Alò: Il Comando Compagnia della Guardia di Finanza di
Taranto è dotato di modem, peraltro non abilitato all’accesso
a banche dati telematiche private e, dunque, nell’esecuzione del
sequestro non è stato possibile verificare con tale mezzo
i reati ipotizzati. Si precisa infine che l’indagine non ha riguardato
la rete "PeaceLink", la cui meritoria e lecita attività
era già nota attraverso i preliminari accertamenti svolti
dalla Guardia di Finanza.
Queste affermazioni lasciano spazio a grossi dubbi: sono mai
esistiti nella storia della telematica dei modem impossibilitati
a collegarsi a un BBS, cioè a una banca dati telematica
privata? Chiunque abbia un minimo di esperienza in merito sa che
questa affermazione è equivalente a dire di avere in casa
un ferro da stiro che non può collegarsi alla presa di
corrente. Secondo dubbio: se l’allora ministro Biondi parla di
accertamenti preliminari svolti sulle meritorie attività
di PeaceLink, come mai non è stato accertato nulla riguardo
al BBS centrale della rete, anzi si è provveduto al suo
sequestro e alla cancellazione dei suoi dati? Se faccio una ispezione
in una casa e mi dimentico del salotto, la parte centrale dell’abitazione,
o sono molto distratto o sono in mala fede. Questo, naturalmente,
ammesso che questi accertamenti su PeaceLink ci siano stati davvero.
Un altro interessante strumento di indagine sarebbe stato l’acquisi-zione
dei tabulati Telecom relativi all’utenza telefonica di Pugliese:
il tempo massimo di collegamento a Taras Communication era di
trenta minuti, durante i quali non ci sarebbe stato il tempo materiale
per trasferire dei pacchetti software commerciali, che avrebbero
richiesto diverse ore di connessione.
La limitazione del tempo di collegamento giornaliero è
una misura adottata da tutti i BBS, che utilizzando una singola
linea telefonica possono servire solo un utente per volta. Non
è così per i nodi internet, che utilizzano collegamenti
"dedicati" alla trasmissione dati 24 ore su 24 e consentono
l’accesso a più utenti in contemporanea. L’accesso "a
utente singolo" rende necessario limitare il tempo di collegamento
al BBS: ogni utente può connettersi solo per alcuni minuti
al giorno, in modo da non monopolizzare il sistema a scapito degli
altri utenti, che altrimenti potrebbero trovare la linea del BBS
sempre occupata. In pratica non c’è bisogno di rimanere
"in linea" per tanto tempo: la maggior parte dei collegamenti
ai BBS dura appena qualche minuto, il tempo necessario agli utenti
per "scaricare" all’interno del proprio computer la
posta elettronica personale e i messaggi relativi alle discussioni
collettive. Se si fosse richiesto l’esame dei tabulati Telecom,
il risultato sarebbe stato una sfilza di collegamenti della durata
di pochi minuti, ognuno proveniente da una utenza telefonica differente,
durante i quali sarebbe stato impossibile trasferire programmi
coperti da copyright. A questi strumenti di indagine è
stata purtroppo preferita una fonte informativa che non è
mai stata resa nota. Chi ha informato il capitano Cazzato? "Persone
degne di fede" taglia corto il rapporto del capitano, che
ritiene tali informazioni "fondato motivo" per la richiesta
di perquisizione.
La documentazione
Per avvalorare i suoi sospetti, il capitano Cazzato fa recapitare
alla Procura – quale documentazione – anche un servizio della
Gazzetta del Mezzogiorno del 15 maggio 1994 dal titolo
"Nuovo business malavitoso. Prima grande inchiesta giudiziaria
in Italia sui crimini informatici". Vi si legge: "La
Piovra del malaffare si aggiorna e scopre nuovi filoni d’oro.
Nelle Marche, infatti, è scattata l’operazione ‘Hardware
1’, un’indagine sui pirati dell’informatica, avviata in tutta
Italia dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza.
I militari hanno individuato una fitta rete di persone fisiche
e giuridiche dedita alla duplicazione e alla vendita abusiva di
software e di potenti virus, per un giro d’affari di centinaia
di mi-lioni di lire (...) I predoni del computer imperversano.
Possono sot-trarre dai conti delle industrie cifre da capogiro,
ordinare al computer rimborsi Iva non dovuti, trasferire somme
di denaro da un conto all’altro, lanciare allarmi inesistenti
alle catene militari di difesa. E spesso, sempre più spesso,
le gesta degli ‘hacker’ non vengono rese note per evitare un contagio
di massa. Chi vuole entrare in azione, infatti, lo può
fare tranquillamente da casa, seduto comodamente in poltrona.
L’essenziale è avere telefono e modem, attraverso il quale
collegarsi con tutte le reti telematiche." Accanto all’articolo,
firmato da Gaetano Campione, fa capolino sulla destra anche un
riferimento locale: "In Puglia va la truffa col Videotel".
La documentazione inviata alla Procura della Repubblica di Taranto
è tutta qui, in queste informazioni acquisite da fonte
ignota e contornate da una documentazione giornalistica riferita
all’indagine "Hardware 1" scattata l’11 maggio 1994,
nella quale il BBS di Giovanni Pugliese non appariva.
Il materiale raccolto dalla Guardia di Finanza di Taranto appare
sufficiente a far scattare la perquisizione ai sensi dell’art.
247 del codice di procedura penale: il titolare dell’inchiesta
è il dott. Benedetto Masellis, un pubblico ministero della
Procura della Repubblica presso la Pretura Circondariale.
Sequestro!
Il decreto scatta immediatamente: la Procura acquisisce alle
15.30 la richiesta di perquisizione, un’ora dopo è già
pronto il decreto di perquisizione. Il capitano Cazzato può
lanciare le auto dei suoi uomini verso Statte e alle ore 17 lo
stabile di Giovanni Pugliese è tutto un via vai di finanzieri
in divisa e armati. Una rapidità impres-sionante. Nelle
mani del tenente Antonio Garaglio c’è il "decreto
di perquisizione locale artt. 250 e segg., 549 c.p.p." firmato
dal dott. Benedetto Masellis, poiché vi è fondato
motivo di ritenere che presso il predetto domicilio dei predetti
coniugi Pugliese Giovanni e Camil-leri Anna si trovino apparecchiature
elettroniche per l’abusiva dupli-cazione e/o la distribuzione
a mezzo collegamento telefonico (con modem) di programmi per elaboratore
elettronico coperti da licenza d’uso (ai sensi della legge sul
diritto d’autore) e/o copie abusivamente duplicate, nonché
documentazione afferente alle modalità di distribuzione
delle copie abusive e dei destinatari finali delle copie abusi-vamente
duplicate. Il procedimento riguarda anche la moglie di Giovanni
Pugliese, che non sa neppure usare il computer e che ver-rà
poi derubricata dall’inchiesta.
La perquisizione comincia alle 17. Giovanni Pugliese è
tornato da mezz’ora dal lavoro, sente uno squillo, apre e nell’arco
di pochi minuti l’intera casa viene passata al setaccio: sala,
cucina, camera da letto, bagno. I finanzieri rovistano in ogni
luogo alla ricerca del "corpo del reato", di qualcosa
che avvalori la tesi di un commercio di programmi copiati che
abbia arricchito illegalmente Giovanni Pugliese. Tra le varie
cose sequestrano nr. 1 elenco significativo di BBS aventi sede
in varie località del territorio nazionale facenti parte
della rete PeaceLink. Viene sequestrato anche il computer
che fungeva da banca dati di interscambio nazionale fra tutti
i BBS della rete telematica PeaceLink: è un personal computer
con processore 386/40 Dx con 8 Mb di RAM e 380 Mb di hard disk
dotato di un modem Us-Robotics Courier HST. Nel verbale di perquisizione
e sequestro Giovanni Pugliese fa inserire questa sua dichiarazione:
Il sistema Taras Communication con la sua rete di appartenenza
non ha nulla a che fare né con la pirateria informatica
né con altro, in quanto la sua attività ha scopi
umanistici inerenti alla pace, alla lotta alla mafia; la stessa
è di supporto informativo per varie testate giornalistiche
senza alcun scopo di lucro. Inoltre dichiaro che l’intera rete
PEACELINK di cui Taras Communication è sistema centrale
si è sempre battuta contro la pirateria informatica e telematica
di ogni tipo. Non ho altro da aggiungere.
"Si intuisce un utilizzo commerciale"
Dall’esame del materiale presente in casa di Pugliese non
trova con-ferma l’ipotesi delineata dal capitano Cazzato alla
procura, il traffico di programmi copiati a cui si accede previa
corresponsione, sem-bra a mezzo di c.c.p. intestato al nominato
Pugliese Giovanni, di una somma che varia a seconda del tipo di
programmi che si vogliono "prelevare". Ma il capitano
Cazzato comunica ugualmente al pubblico ministero in data 4 giugno
che si intuisce un utilizzo commerciale della banca dati Taras
Communication. E aggiunge: dalla do-cumentazione esaminata,
e sequestrata, si evince che la parte utilizza un c/c postale
intestato a Pugliese Giovanni; il capitano fa gene-ricamente
riferimento a versamenti in denaro in relazione a servizi prestati
con la BBS e suggerisce che tale aspetto è meritevole
di ulte-riori approfondimenti. Il PM dott. Masellis apprende
dalla Guardia di Finanza che Giovanni Pugliese era in possesso
di nr. 2 elenco di BBS attive sul territorio nazionale e che sono
con la stessa collegate. Tali elenchi sono stati sequestrati.
Di che si tratta? Dell’elenco dei BBS della rete PeaceLink e della
rete FidoNet. La Guardia di Finan-za chiede al magistrato di pubblicizzare
l’operazione con un comunicato stampa, ma ottiene un diniego.
La Procura affida una perizia a un "esperto": un TECNICO
FONICO. Il 10 giugno il Capitano Cazzato stende la sua relazione
conclusiva, nella quale fanno capolino anche BSA e Assoft, l’Associazione
italiana per la tutela del software nata nel 1985 su iniziativa
del solito cartello di aziende produttrici di hardware e software,
tra cui spiccano Apple, Ashton-Tate, Autodesk, Borland, Delphi,
Lotus, Micro$oft, Novell, Santa Cruz Operation. Ecco il testo
della relazione presentata al pubblico ministero (i commenti in
parentesi quadra).
17° Legione Guardia di Finanza
Comando 1° Compagnia Taranto
10 giugno 1994
Oggetto: relazione conclusiva delle indagini svolte per violazione
agli artt. 161 e 171 bis della L. 22-4-1941 n. 633, nei confronti
di: PUGLIESE Giovanni titolare della BBS denominata "Taras
Communication"
Alla Procura della Repubblica presso la Pretura Circondariale
di Taranto
alla c.a. del Pubblico Ministero Dr. Benedetto Masellis
(...)
Questo comando, da diverso tempo, ha in corso indagini mirate
a reprimere l’illegale distribuzione del software tutelato dalla
legge sui Diritti D’Autore.
[Qui la G.d.F. appare quantomeno sprovveduta, perché nei
merca-tini dell’usato a Taranto, la domenica mattina in piazza
Bettolo, si vendevano dischetti con programmi copiati abusivamente
a cielo aperto, in pubblico e senza problemi. Ci si può
chiedere se le indagini in corso "da diverso tempo"
siano effettivamente avvenute.]
Dalle informazioni assunte, in diversi periodi, si è
venuti a conoscenza che nel comune di Statte era attiva una "BBS",
Bulletin Board System, sull’utenza 099-4746313 intestata al nominato
in oggetto. Si precisa che tali informazioni sono state date ai
militari che hanno svolto le indagini direttamente da operatori
del settore della distribuzione e vendita autorizzata di detti
programmi. Tali soggetti si sentivano danneggiati dalla commercializzazione,
a loro dire abusiva, di programmi per elaboratore operata da tale
BBS.
[Ecco che appaiono alcuni protagonisti di questa vicenda, vale
a dire gli "operatori del settore della distribuzione e vendita"
dei programmi informatici, che si sentivano danneggiati dall’attività
di comunicazione sociale dei BBS, "a loro dire" dedicati
alla commercializzazione abusiva dei programmi.]
Per avere conferma di tali fatti sono state svolte altre indagini
in particolari ambienti che hanno riguardato soggetti a conoscenza
dei fatti in argomento, i quali hanno dichiarato ai militari (che
non hanno, per ovvie ragioni, manifestato la loro identità)
di conoscere personalmente persone che, munite di "modem",
si collegano alla BBS "Taras Communication" per "prelevare"
programmi e giochi "pirata". Ai militari è stato
riferito che per accedere a questi ultimi programmi era necessario
fare versamenti, che variavano dalle 50.000 alle 200.000 lire,
su un conto corrente postale di pertinenza della BBS.
A tali notizie si è cercato di dare, nei limiti consentiti
dai mezzi a disposizione, concreto riscontro. Tale ulteriore fase
delle indagini ha permesso di determinare chi fosse l’intestatario
dell’utenza in argomento e che presso il domicilio dello stesso
era attiva anche un’altra utenza telefonica utilizzata per fini
domestici. Si è accertato anche che l’utenza 4746313 era
attiva "24 ore su 24".
[Le scrupolose indagini sembrano essersi limitate al recupero
del numero di telefono del BBS in questione, magari fornito direttamente
dalle "persone degne di fede".]
Tutti questi elementi, sicuramente gravi, precisi e concordanti,
hanno portato a richiedere alla S.V. di disporre la perquisizione
locale presso l’abitazione sita in Statte alla via Galuppi n.
15. Già prima di effettuare l’intervento era possibile,
comunque, avere il sospetto che la parte avesse eliminato dalla
rete telematica ogni traccia dei programmi protetti, lasciando
solo quelli non soggetti a licenza d’uso.
Ciò è facilmente giustificabile dal risalto avuto
sulla stampa nazionale dai precedenti interventi effettuati da
Comandi del Corpo in altre località e presso BBS collegate
a quella in argomento. Prova di questa riflessione è *L’INGENUITÀ*
con cui la parte, all’atto dell’inizio dell’intervento, ha dichiarato
di aspettarsi il controllo presso la BBS e che tale controllo
fosse stato disposto dalla Procura della Repubblica di Pesaro.
[Qui è il capitano Cazzato a essere ingenuo. In quel periodo
TUT-TI i sysop di TUTTI i BBS italiani vivevano nell’angoscia
che da un momento all’altro potesse toccare proprio a loro. È
normale che Pugliese non sia sorpreso dall’arrivo della finanza,
che ha già colpito molti suoi colleghi. Ingenuamente il
capitano Cazzato si arrampica sull’affermazione di Pugliese per
dare sfoggio di capacità deduttive e investigative che
avrebbe potuto impiegare con più profitto per degli accertamenti
preliminari.]
Il Pugliese, infatti, con la sua rete telematica era in collegamento
con molte delle BBS che sono state oggetto dell’intervento disposto
dalla citata Autorità Giudiziaria.
Questa doverosa e lunga premessa è stata opportuna per
chiarire bene il motivo per cui, in sede di perquisizione locale,
non sia stato rinvenuto tutto il materiale che ci si aspettava
di trovare.
[Traduzione: questo contorto garbuglio di illazioni e ragionamenti
privi di riscontri oggettivi e di conoscenze specifiche è
opportuno e doveroso per giustificare come mai abbiamo messo sottosopra
la casa di un poveretto che non ha ancora messo i lampadari in
salotto, senza trovare nulla che giustifichi il sequestro e senza
trovare tutto il materiale che ci aspettavamo di trovare.]
Ciò nonostante sono stati sottoposti a sequestro nr.
174 floppy disk e nr. 1 elaboratore in quanto contenenti programmi
abusi-vamente riprodotti e illecitamente detenuti dalla parte
a fini di lucro.
[Si anticipa in un colpo solo il risultato della perizia e quello
della sentenza: non c’è bisogno di esaminare il materiale
perché ci ha già pensato il Capitano Cazzato a descrivere
il contenuto dei dischetti e del computer sequestrato, e non c’è
bisogno di dimostrare lo scopo di lucro, che sembra essere dato
per scontato.]
Si precisa che tali fini, a parere di questo Comando, conformemente
all’indirizzo espresso in merito dall’ASSOFT e dalla BSA, associazioni
per la tutela del software, si configurano anche quando (ad esempio)
un’azienda utilizza software duplicato abusivamen-te per risparmiare
sui costi di approvvigionamento di software per la propria attività.
[Ecco che spuntano i "consulenti autorevoli", le uniche
fonti ufficiali accreditate all’interpretazione ufficiale delle
leggi sui crimini informatici, le "associazioni" che
si presentano "al di sopra delle parti" ed "esprimono
indirizzi" a cui si conforma il "parere del Comando"
della Guardia di Finanza tarantina. Né il Capitano Cazzato
né il magistrato a cui è indirizzata questa relazione
sanno di trovarsi di fronte a soggetti commerciali che con le
associazioni non hanno nulla a che vedere, e che non hanno a cuore
la tutela del software, ma la tutela di forti interessi economici.
Per ignoranza o per calcolo, la Guardia di Finanza si conforma
a un parere che precede le interpretazioni della legge date dai
magistrati. Lo stesso pubblico ministero si troverà davanti
a fatti già "predigeriti" e preinterpretati da
Cazzato in base agli indirizzi espressi da Assoft e BSA.]
Siccome, dalla documentazione rinvenuta e sottoposta a sequestro
è facile dedurre un utilizzo a scopo commerciale della
BBS (tramite la cessione di spazi per pubblicità o la riscossione
di somme sul CCP in cambio di prestazioni tipiche della BBS, quali
la diffusione di informazioni e programmi), ecco che il citato
esempio calza a perfezione nel caso in argomento.
Alla luce della situazione esaminata, questo Comando, pur rimanendo
nella convinzione della configurabilità del reato addebitato
alla parte e della piena legittimità di quanto svolto,
come ampiamente documentato, non ritiene opportuno, per quanto
di com-petenza, svolgere ulteriori accertamenti in materia di
Diritti D’Autore sulla parte in rubrica, mentre sarebbe da ben
valutare l’opportunità di potere utilizzare ai fini di
un controllo fiscale tutta la documentazione sequestrata, avendo
il sospetto di un effettivo esercizio di attività commerciale
posto in essere dal sig. Pugliese Giovanni, approfittando anche
dell’assenza di leggi in materia.
Per quanto sopra questo Comando fa riserva di produrre alla S.V.
eventuale richiesta mirata a tal fine.
Il comandante della Compagnia
Cap. Antonio Cazzato
10 giugno 1994
"Divengo tutto d’un
tratto un sospetto criminale"
Il 29 ottobre ’94, durante il convegno nazionale di Roma della rete
PeaceLink, Giovanni Pugliese prende la parola nella sala dell’ARCI,
di fronte a oltre 200 persone: "Mi si accusa di percepire a
ogni collegamento telematico dalle 50.000 alle 200.000 lire. Bene,
a conti fatti sapete a quanto ammonterebbe il mio guadagno giornaliero
se tutto ciò fosse vero? Dai due milioni e mezzo ai tre milioni
al giorno. E tutto questo esentasse. Praticamente 90 milioni al
mese, oltre un miliardo all’anno. Se questi fossero i miei guadagni
mi chiedo: che bisogno avrei di lavorare in fabbrica per 1.400.000
lire al mese? Perché dovrei abitare in un piccolo appartamento
in affitto quando con una cifra simile potrei permettermi una lussuosa
villa? Perché a casa mia mancano ancora i lampadari? Chiedo
anche se la Guardia di Finanza abbia provveduto a svolgere gli accertamenti
finanziari dovuti sul mio conto corrente e per tutta risposta vengono
messi i sigilli al computer centrale di PeaceLink. Da quel giorno
comincia il mio calvario giudiziario. Io, da libero cittadino, divengo
tutto d’un tratto un sospetto criminale. Sì, proprio così,
io da quel momento non sono più un cittadino qualsiasi ma
un indagato di un reato penale dove il rischio è addirittura
quello di essere privato della libertà: essere arrestato
con tutte le conseguenze del caso. Subire violenze di questa portata
significa distruggere la persona e quindi significa annientare ogni
suo progetto. Non mi sento né martire né perseguitato,
so solo e sono con-vinto che PeaceLink dia fastidio a qualcuno o
a qualcosa e quindi deve essere messa a tacere a ogni costo."
Dopo interviene Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa,
e rivela ai presenti che nella sala sono presenti agenti dei servizi
di sicurezza: "Facciamo un applauso" esorta scherzoso
"a questi fedeli servitori dello stato".
La condanna
Alla furia del sequestro fanno seguito vari anni di travaglio giudiziario,
in cui l’accertamento della verità in merito al sequestro
Peace-Link sprofonda nelle sabbie mobili della burocrazia. Dopo
il riget-to della domanda di dissequestro, il 26 febbraio 1996 Giovanni
Pugliese riceve un decreto di condanna penale: la perizia compiuta
sul suo computer ha rinvenuto un programma senza licenza d’uso:
Word 6 della Microsoft. Il programma era già installato,
e non disponibile per il prelievo tramite il BBS. In nessun modo
gli utenti di Taras Communication avrebbero potuto ottenere una
copia del Word 6 di Giovanni Pugliese. Non vi è alcuna prova
per dimostrare la distribuzione di software "pirata" tramite
modem, né tanto meno è dimostrabile la diffusione
"a scopo di lucro" di programmi abusi-vamente duplicati.
Ciò nonostante la Pretura di Taranto emette un decreto penale
di condanna a 3 mesi di reclusione (più il pagamento di una
multa di 500.000 lire e delle spese processuali) nei confronti del
segretario dell’Associazione PeaceLink "per avere a fini di
lucro detenuto a scopo commerciale programmi per elaboratore abusivamente
duplicati". La Pretura ha convertito i tre mesi di reclusione
in un’ulteriore multa di 6 milioni e 750.000 lire. Nel complesso
la pena complessiva si traduce in una multa di L. 7.250.000 ridotta
alla metà (quindi L. 3.625.000, più le spese processuali
e la perizia tecnica, costata ben L. 9.530.000). Chi dovrebbe pagare
questa mega-multa? L’operaio Giovanni Pugliese, prossimo al licenziamento,
data la crisi che affligge l’area dell’Agip di Taranto in cui lavora.
Da un’analisi più attenta del decreto penale di condanna
(giunto a Giovanni Puglie-se con alcune correzioni effettuate a
penna), si giunge a verificare che viene condonata la multa relativa
alla condanna, ma rimane intatto il peso della perizia che viene
addebitata totalmente a Pugliese. Secondo il decreto il reato è
"perseguibile d’ufficio".
Giovanni Pugliese impugna il decreto penale di condanna, chiedendo
la celebrazione del processo ordinario e del relativo dibattimento,
che al momento di mandare in stampa questo libro non hanno ancora
avuto luogo. Parte un durissimo comunicato dell’associazione PeaceLink:
"PeaceLink è stata colpita - una pesante multa per un
reato mai commesso".
Intervista a Giovanni Pugliese
D: I finanzieri dichiarano nel verbale di rinvenire "privi
di licenza d’uso" sul computer che ti sequestrano: MS-DOS
6.0, Windows 3.1, OS/2, Word 6 per Windows e le Norton Utilities.
Cosa hai da dire su questo?
R: Per quanto riguarda OS/2 e Windows avevo la licenza
d’uso, ma non l’avevo con me al momento della perquisizione, perché
era contenuta nel manuale di OS/2 che avevo prestato a mio fratello
per consultazione. Assurdamente, il mio reato in questo caso è
stato quello di prestare un manuale. Word 6 era effettivamente
privo di licenza d’uso, ma non era assolutamente prelevabile collegandosi
al BBS, e per di più il programma era già installato,
quindi difficilmente "esportabile" su un altro computer.
Purtroppo anche se sul mio computer non erano contenuti i dati
dei dischetti di installazione del Word, ma solo il programma
già installato, e nonostante tutti i programmi prelevabili
tramite BBS fossero rigorosamente freeware o shareware, questo
non è bastato a evitare il recente decreto penale di condanna
per un traffico di programmi copiati.
Anche le Norton Utilities non erano nella loro forma intera,
ma c’erano solo i pezzi che mi servivano. Riguardo al DOS, la
licenza d’uso sono riuscito a ritrovarla solo in seguito, cosa
che l’ansia e la tensione del momento non mi avevano permesso
di fare durante la perquisizione. Per affermare il mio legittimo
possesso di OS/2, al perito non bastava il semplice tagliando
di licenza del software, ma pretendeva anche una ricevuta o uno
scontrino per affermare la mia proprietà del pacchetto
software. Io ho obiettato dicendo che se il pacchetto mi fosse
stato regalato, mai e poi mai avrei potuto avere una ricevuta
per il suo acquisto, nonostante ne fossi il legittimo proprietario.
Il perito consultò anche l’IBM, che gli confermò
la mia versione dei fatti: il certificato di licenza veniva riconosciuto
da IBM come prova dell’acquisto del pacchetto, senza bisogno di
scontrini o ricevute. Purtroppo, però il perito ha evidenziato
ugualmente nella sua relazione finale come secondo lui io non
potessi dimostrare di essere in possesso del pacchetto OS/2, nonostante
avessi i manuali e i certificati di licenza.
D: Che tipo di relazione hai avuto con il perito?
R: Inizialmente lui veniva a casa mia a periziarmi
l’hard disk; è venuto una infinità di volte, esaminava
l’hard disk a piccoli passi per volta, soffermandosi a parlare,
e questo ci portava via molto tempo. Gli chiedevo: "Senta,
ingegnere, ma alla fine tutte queste ore chi gliele pagherà?"
e lui rispondeva: "Non ti preoccupare, che paga tutto il
tribunale". Alla fine mi è arrivato un conto da 10
milioni. Oltre alla perizia dell’hard disk, ho dovuto recarmi
varie volte a casa del perito per periziare i 173 floppy che mi
erano stati sequestrati. Dovevo essere presente assieme a lui
durante l’ispezione di hard disk e dischetti perché lui
aveva grosse difficoltà a capire, essendo un perito fonico
senza nessuna conoscenza di telematica e BBS.
D: Quanto è durata la perizia?
R: Orientativamente, il perito ha fatto a casa mia
almeno dieci sedute che duravano non meno di due ore l’una. A
casa sua ci sono andato 6/7 volte, e non so quante ore di lavoro
"solitario" possa aver aggiunto al computo totale delle
ore. Lui avrebbe potuto assegnarsi anche 200 ore di perizia senza
nessun problema. In nessun documento ufficiale risulta quante
ore di lavoro si sia attribuito il perito. L’unica cosa certa
sono i dieci milioni che devo pagare io.
D: A quali conclusioni è arrivata la perizia?
R: Innanzitutto, il compito del perito non è
quello di trarre conclusioni in merito ai reati contestati, ma
di effettuare semplicemente dei rilevamenti, nel mio caso una
descrizione dettagliata di cosa c’era all’interno del mio computer.
A quanto ne so io, ci sono alcuni passaggi della perizia in cui
il perito esce dal suo ruolo di tecnico e assume i panni di pubblico
ministero, prendendo delle posizioni che non è tenuto a
esprimere. Questa perizia risente di tutti i limiti dovuti alla
scarsità di conoscenze telematiche e informatiche da parte
del perito. Durante una sessione di perizia mi ha contestato la
presenza di file in formato DB3 all’interno del computer, cercando
un appiglio per dimostrare che ero in possesso di una copia non
registrata del DB3. C’è voluto molto lavoro per fargli
capire che il formato DB3 è leggibile anche da altri programmi
di pubblico dominio. Episodi come questi erano molto frequenti,
e ogni appiglio era buono per puntare il dito in tono di accusa.
D: Quindi tu pensi che nella perizia si sia partiti
da una presunzione di colpevolezza?
R: Certo. L’idea di fondo del perito è stata
questa: Pugliese è colpevole. Adesso cerchiamo qualcosa
nel suo computer per provarlo. Un altro esempio: nei dischetti
sequestrati venne trovata una doppia copia di una directory di
un CD-ROM con file di pubblico dominio. Quei dischetti erano copie
che avevo fatto per i miei fratelli (purtroppo ne ho 3) che non
erano dotati di lettore di CD-ROM. Il perito è rimasto
convinto che quei dischetti fossero destinati al commercio. Ogni
volta mi toccava combattere per affermare la mia innocenza, partendo
da una presunzione di colpevolezza, stravolgendo tutte le regole
del diritto, secondo le quali avrei dovuto essere innocente fino
a prova contraria. Per dimostrare il mio presunto traffico illecito
di programmi non sono mai state presentate prove concrete come
fatture, bollettini di conto corrente, testimonianze reali e non
di ignoti. Al perito bastava semplicemente l’estensione DB3 di
alcuni file per convincerlo ancora di più della mia colpevolezza.
D: A proposito del conto corrente: come mai non
è stato moni-torato per verificare se a questo presunto
commercio corrispondesse un effettivo flusso di denaro?
R: Per agevolare le indagini ho messo a disposizione
la documentazione relativa a tutte le donazioni volontarie relative
al conto corrente postale di PeaceLink, e non so se e come siano
state utilizzate queste ricevute per le indagini. Non hanno neanche
monitorato il mio conto corrente bancario. Avevo dimostrato che
sul CC postale c’erano due lire: perché non hanno controllato
il mio conto in banca? A rigor di logica avrebbero dovuto essere
lì le varie banconote da centomila lire che secondo loro
avrei preteso per ogni collegamento al mio BBS. Ho fatto i calcoli:
secondo gli accessi registrati sul nodo centrale di Peace-Link
prima del suo sequestro, avrei dovuto guadagnare almeno un miliardo
di lire all’anno. A casa mia continuano a mancare i lampadari
del soggiorno, e non c’erano nemmeno quando è venuta a
visitarmi la guardia di finanza. Forse pensano che con questo
miliardo ci abbiamo tappezzato le pareti. Non sono state fatte
nemmeno indagini sul mio tenore di vita, ma sono venuti a botta
sicura a chiudere il BBS, basandosi sulla testimonianza di ignote
persone "degne di fede". A volte mi sembra come se tutto
si stia muovendo per non far uscire allo scoperto questi personaggi.
D: Il perito ha evidenziato nella perizia che non
esisteva nessun programma protetto da copyright commerciale prelevabile
dall’area file tramite modem?
R: Ho combattuto molto per far capire al perito cosa
fosse un BBS, un’area file, un’area messaggi. Ho combattuto molte
ore con il perito e il suo amico. L’"amico del perito"
è una persona di cui non ho mai conosciuto l’identità,
che presenziava misteriosamente varie volte durante la perizia.
La sua presenza non risulta nei verbali e non so a che titolo
fosse lì.
D: Hai mai potuto parlare con il Pubblico Ministero?
R: Non ho mai parlato con il PM, anche perché
non ho avuto mai occasione di incontrarlo. Si è rifiutato
di incontrarmi alla presenza del perito e del mio avvocato.
D: Secondo te, come mai ti è stato completamente
formattato l’hard disk? È la procedura normale?
R: Secondo me l’hard disk mi è stato formattato
dal perito per cancellare tutte le prove della sua ignoranza.
Avrei potuto oppormi alla formattazione, ma la pressione psicologica
su di me da parte del perito in questo senso è stata molto
forte, e adesso purtroppo non ho più la possibilità
di dimostrare le cose inesatte contenute nella perizia. Formattare
il disco rigido dopo la perizia non è assolutamente la
procedura normale in questi casi.
D: Nell’ipotesi che si sia trattato di un tentativo
mirato di zittire la telematica sociale, perché proprio
tu e perché proprio Peace-Link?
R: Io non c’entro nulla, sono una persona e basta.
PeaceLink è qualcosa di più. In quel momento purtroppo
io avevo il nodo centrale della rete in mano, e il computer da
colpire per colpire la rete era il mio. Facendo cadere un simbolo,
il mio BBS, si cercava di far cadere una rete. PeaceLink non è
crollata, ma il sequestro del mio BBS ha comunque avuto conseguenze
amare. La mia vicenda ha avuto una specie di effetto intimidatorio
su molti gestori di nodi "storici" della rete FidoNet.
Il messaggio di Giorgio Rutigliano, il pioniere italiano dei BBS,
con il quale dava addio alla telematica amatoriale, mi ha fatto
molto male. Attraverso me è stata danneggiata tutta la
telematica dei BBS. Assieme a Giorgio sono spariti molti altri
nodi, molte altre persone che avevano solo fatto del bene alla
telematica sociale in Italia. Anche questo mi è dispiaciuto
tantissimo a livello personale.
I servizi di sicurezza
Per capire meglio il contesto politico e sociale nel quale si colloca
il sequestro di Taras Communication va detto che le attività
pacifiste di PeaceLink iniziano fuori dalla rete, ben prima della
nascita del BBS di Giovanni Pugliese: le radici della telematica
pacifista risalgono alle attività dell’Associazione per la
Pace di Taranto, che assieme a Pax Christi e a tutto il mondo dell’associazionismo
tarantino ha portato avanti da sempre numerose battaglie antimilitariste,
spesso impopolari e ostacolate.
Quando PeaceLink non esisteva ancora e le reti telematiche c’erano
solo nei film, a Taranto esisteva una rete di persone e di idee
non- violente, che ha mantenuto e perseguito gli stessi fini cambiando
solo i mezzi, passando dal ciclostile al computer portatile usato
come "redazione itinerante", fino ad arrivare alla potenza
rivoluzionaria delle reti di BBS, un mezzo di comunicazione popolare
efficace, libero, economico, autogestito e autoregolamentato.
Parallelamente, a Livorno, la sede locale della stessa Associazione
per la Pace scopre la potenza dei mezzi telematici, ed è
proprio dall’incontro di un pacifista di Livorno (Marino Marinelli)
con un pacifista di Taranto (Alessandro Marescotti) che nel 1992
nasce la rete PeaceLink, con il grande supporto umano e tecnico
di Giovanni Pugliese. Ben presto PeaceLink diventa una voce molto
scomoda all’interno di una città fortemente militarizzata
come Taranto, richiamando in più di un’occasione l’attenzione
di alcuni membri dei servizi segreti, che in Puglia come in ogni
altra parte del mondo osservano con attenzione i militanti pacifisti.
"Soppressione di civili"
Secondo Esko Antola, ricercatore presso l’Istituto di ricerche sulla
pace di Turku in Finlandia, "alcuni documenti segreti resi
pubblici nel 1982 hanno dimostrato che ci fu un tentativo del servizio
segreto olandese, il BVD, di infiltrarsi nel movimento per la pace.
I documenti hanno dimostrato che il BVD aveva tentato di instaurare
un controllo permanente su una delle organizzazioni pacifiste olandesi
tentando di fare eleggere come tesoriere un loro informatore. Lo
scopo dell’operazione era di scoprire chi finanziava il lavoro di
quella organizzazione pacifista" (si veda B. Braber, "Spy
Scandal Rocks Holland", in New Statesman, 3 settembre
1983, pagg. 2-13). Antola prosegue: "I documenti olandesi hanno
aggiunto anche un ulteriore elemento alle campagne contro il movimento
per la pace. Hanno mostrato che le grandi esercitazioni NATO denominate
WINTEX includevano fra le altre cose anche l’addestramento alla
soppressione di civili anti-NATO durante una possibile crisi militare.
Questi documenti indicano che vi sono molti piani NATO su come reagire
di fronte a possibili campagne contro la guerra nucleare in tempi
di guerra."
L’esistenza di tali piani e il chiaro coinvolgimento delle organizzazioni
per la sicurezza nelle campagne contro i movimenti per la pace indicano
che in molti paesi dell’Europa Occidentale esiste la volontà
di sopprimere i movimenti di critica o contrari alla guerra. In
generale, la questione del rischio per la sicurezza è messa
in relazione alle forme crescenti di disobbedienza nei paesi dell’Europa
Occidentale e i movimenti per la pace vengono visti come espressione
di tutto ciò in quanto contribuiscono alla crescita dell’antimilita-rismo
(si veda "Campaigns against European Peace Movements",
saggio tradotto e contenuto nel libro dell’IPRI I movimenti per
la pace, Edizioni Gruppo Abele, vol. II, pagg. 209-210).
La Digos a Taranto
A Taranto, in occasione della raccolta di firme per il referendum
popolare contro la seconda base navale, alcuni agenti della Digos
si presentano dai promotori per acquisire i nominativi dei firmatari.
A Grottaglie, in provincia di Taranto, la "Casa della Pace"
del Movimento Internazionale di Riconciliazione – di ispirazione
non violenta e gandhiana – ha promosso (e ottenuto) una delibera
comunale sul non sorvolo di aerei militari in esercitazione, sullo
schema di un’analoga delibera di Casalecchio di Reno; in seguito
a questa iniziativa la Digos ha richiesto di acquisire l’elenco
degli aderenti alla Casa della Pace.
L’attività di schedatura risale a una tradizione dei servizi
di sicurezza nazionali: 157.000 fascicoli informativi su deputati,
senatori, dirigenti di partito, sindacalisti, intellettuali, professionisti,
industriali e persino su 4500 sacerdoti e "cattolici impegnati"
nei primi anni Sessanta, come appurato da una Commissione parlamentare
d’inchiesta sul "Piano Solo" (si veda Sergio Zavoli, La
notte della Repubblica, Oscar Mondadori).
Tale attività informativa – un tempo orientata essenzialmente
verso "i comunisti" – è stata poi diretta verso
i gruppi che non appaiono integrati con la politica di alleanze
militari di cui l’Italia fa parte, come i movimenti pacifisti. Vi
sono fondati motivi di ritenere che PeaceLink, in quanto rete finalizzata
a rendere potenzialmente intercomunicanti in tempo reale questi
gruppi "non allineati", sia entrata a far parte di un’"informativa"
condotta nel 1992 a Taranto. In quel periodo PeaceLink promuove
in una scuola un corso di educazione alla pace diretto a insegnanti
e docenti. L’iniziativa è ampiamente pubblicizzata sulla
stampa locale, in particolare sulla pagina del Corriere del giorno
dedicata alla scuola, in cui viene segnalato il numero di modem
del BBS di Giovanni Pugliese, conduttore del corso. Il corso – riservato
ai soli docenti e studenti – viene frequentato anche da una persona
che non era né docente né studente e che nel corso
delle lezioni fa domande molto particolari, più centrate
sulla telematica che sulla didattica. Vengono contemporaneamente
acquisite presso la scuola alcune informazioni sul do-cente responsabile
del progetto di uso didattico di PeaceLink e sulle modalità
di accesso alla rete; chi acquisisce informazioni non lo fa per
conto del Provveditorato né di alcun altro organo della Pubblica
Istruzione.
Oltranzismo ideologico
Nell’autunno del 1992 l’area messaggi FidoNet, CYBER_PUNK, attorno
alla quale gravitano persone vicine alla cultura dei centri sociali,
è oggetto di un "monitoraggio" e viene chiusa forzatamente
con un colpo di mano dei dirigenti Fido. Per molti si tratta di
un vero e proprio abuso di potere, contrario a tutti i regolamenti
nazionali della rete. Il materiale scritto dai "cyberpunk"
viene con-segnato al coordinatore della Criminalpol. In questo clima
di sospetto e di caccia alle streghe, i responsabili di PeaceLink,
per la massima trasparenza e chiarezza delle loro attività
di telematica pa-cifista, decidono di far conoscere il più
possibile la rete e divulgare al massimo le loro iniziative (anche
sul Televideo RAI nella rubrica "Spazio Civile"). La rete
viene descritta attraverso articoli, saggi e un libro edito dalla
casa editrice Eirene. Il 2 agosto ’94 la relazione semestrale dei
servizi segreti punta i propri sospetti sulle reti telematiche,
accomunate ai settori dell’"oltranzismo ideologico" e
della criminalità organizzata. Nella relazione si legge che
"si registra il perdurare di tentativi di destabilizzazione
strisciante attuati in maniera ambigua attraverso la disinformazione,
la minaccia e l’intossicazione della pubblica opinione. C’è
il rischio che le reti informatiche vengano usate non solo per trasmettere
notizie, ma anche per acquisire informazioni riservate, tali da
mettere in pericolo la sicurezza nazionale".
Questi e altri episodi spingono i responsabili di PeaceLink a scrivere,
in data 25 settembre 1995, una lettera al sen. Massimo Brutti in
qualità di presidente del Comitato parlamentare di controllo
sui Servizi di sicurezza, chiedendo di "effettuare un’indagine
che chiarisca il tipo di attività che i Servizi svolgono
effettivamente verso le reti telematiche" osservando che "la
comunicazione telematica rien-tra in quei diritti di libera espressione
del pensiero che la Repubblica riconosce all’art. 21 della sua Costituzione
e che pertanto un’azione di controllo che divenisse azione di schedatura
orientata alle opinioni politiche sarebbe una riedizione dei fascicoli
illegali accumulati dal SIFAR negli anni Sessanta, abitudine che
– da quanto Lei stesso ha dichiarato pubblicamente di recente –
sembra non essere ancora scomparsa". Questa richiesta – la
prima di questo genere avanzata in Italia – ha avuto un precedente
negli USA, dove l’associazione Computer Professionals for Social
Responsibility, sulla base di documenti acquisiti tramite il FOIA
(Freedom of Information Act), ha potuto condurre una propria indagine
sui metodi con cui l’FBI ha monitorato i BBS e le reti telematiche.
Il 27 giugno 1994 l’on. Maria Celeste Nardini (Rifondazione comunista),
in una conferenza stampa a Bari sul tema "No al blocco della
rete telematica PeaceLink", presenta un’interrogazione parlamentare
indirizzata anche al ministro degli Interni Maroni. Prendendo spunto
dal sequestro del BBS centrale di PeaceLink, la Nardini si sofferma
anche sulla questione dell’uso degli apparati informativi. Nell’interrogazione
si legge che:
• sul settimanale Avvenimenti in
data 15/6/94 appare che tale attività di PeaceLink, in
particolare quella relativa al pacifismo e al contatto con le
scuole, era assoggettata a forme di controllo e, pare, di interferenza
da parte di uomini dei servizi poco prima che avvenisse l’attentato
al giudice Falcone;
• il blitz della banca dati centrale, di proprietà
di Giovanni Pugliese, sita a Statte (TA), è basato su una
indagine promossa da un capitano della Guardia di Finanza di Taranto
che ha ritenuto sicure e affidabili voci viceversa fantasiose
e infondate di uso di tale banca dati per diffondere a scopo di
lucro programmi di computer copiati;
• tale raccolta di informazioni non è stata verificata
mediante collegamenti via modem della Guardia di Finanza di Taranto...
L’onorevole chiede:
• per quali motivi non sia stata fatta
alcuna verifica via modem delle fantasiose voci giunte alla Guardia
di Finanza;
• se i ministri in indirizzo non ravvisino in un simile
grottesco episodio la spia di una scarsa professionalità
e non ritengano di avviare un’indagine sui livelli di preparazione
specifica di tali apparati;
• se attualmente i servizi di informazione stiano svolgendo
un ruolo di acquisizione di notizie sulle reti telematiche, a
quale scopo e se in tale indagine sia stata coinvolta – e per
quale motivo – anche PeaceLink, nota per i meriti acquisiti nelle
attività sopra elencate;
• quali azioni intendano intraprendere allo scopo di
evitare che simili situazioni non abbiano più a ripetersi;
• come intendano garantire alla banca dati della rete
telematica PeaceLink la ripresa di una attività essenziale,
nonché riconosciuta da più parti, alla crescita
di una coscienza pacifista e alla difesa dei diritti umani.
Una rete di solidarietà
Il 6 giugno 1994 giunge a PeaceLink da Bolzano il fax dell’europarla-mentare
Alex Langer: "Vi esprimo tutta la mia solidarietà e
l’impegno a portare all’attenzione del Parlamento Europeo una ferma
protesta e il sostegno alla vostra battaglia per la libertà
e la pluralità dell’informazione". Da Hannover parte
un messaggio datato 14 giugno, nel quale Debra Guzman (direttrice
di HRNet, Human Right Network) esprime il suo appoggio alla rete
imbavagliata. Inizia il tam-tam elettronico che fa rimbalzare la
notizia del sequestro da un nodo all’altro delle reti di telematica
sociale di base.
L’eco del crackdown di PeaceLink arriva anche sulla stampa: il 15
giugno il settimanale Avvenimenti dedica alla vicenda un
ampio servizio, con un articolo dal titolo "La chiusura delle
‘reti’ libere - Un bavaglio elettronico alla libertà d’informazione".
Il 13 giugno Eugenio Manca dalle pagine de L’Unità descrive
la tragica situazione della telematica pacifista nell’articolo "reti
da salvare".
Vengono presentate tre interrogazioni parlamentari specifiche in
merito al "caso PeaceLink", che si affiancano a quelle
sui sequestri FidoNet redatte pochi giorni prima. Il 22 giugno viene
presentata l’interrogazione del senatore Pietro Alò, indirizzata
al ministro dell’interno. Il 23 è il turno del senatore Rocco
Loreto, che si rivolge invece al ministro di grazia e giustizia
e a quello delle poste e telecomunicazioni. A queste due interpellanze
si aggiunge la già citata interrogazione parlamentare presentata
il 27 giugno da Maria Celeste Nardini.
Le reazioni al sequestro del nodo centrale di PeaceLink si moltiplicano:
in seguito all’emissione del decreto penale di condanna la casella
di posta elettronica di Giovanni Pugliese è invasa da decine
di messaggi di solidarietà provenienti da tutti i gruppi
di telematica sociale sparsi per il mondo. Dal Brasile arriva l’appoggio
di Amalia Souza, della segreteria internazionale di APC, Association
for Progressive Communications. Dagli Stati Uniti anche Aki Namioka,
la presidente di Computer Professionals for Social Responsibility,
espri-me la sua solidarietà con PeaceLink. Dalla Nuova Zelanda
giunge un messaggio di sostegno anche da Kate Dewes, della fondazione
neozelandese per gli studi sulla pace.
ALCEI, l’Associazione per la Libertà nella Comunicazione
Elettronica Interattiva, rilascia un comunicato ufficiale: "...
una testimonianza, quella di Giovanni Pugliese, che non può
essere perduta nella memoria e deve continuare ad appartenere al
bagaglio di esperienze di ciascuno di noi. Per questo, ma anche
per rendere il nostro riconoscimento al lungo impegno personale,
ALCEI compie, qui e oggi, un piccolo, piccolo gesto concreto, annunciandoVi
di aver accolto Giovanni Pugliese tra i soci onorari dell’Associazione."
A queste attestazioni di solidarietà si aggiungono anche
i messaggi caldi e umani di decine e decine di membri della comunità
elettronica italiana:
(...)
Quale e’ il tuo peccato o la tua colpa? L’avere toccato l’altare
del potere moderno: la comunicazione e il controllo dell’informazione.
Mario Catizzone
<Mario.Catizzone@dg12.cec.be>
(...)
Mi viene solo da pensare che in altre citta’, diverse da Taranto,
e in altre nazioni, diverse dall’Italia, saresti considerato come
un esempio da imitare, non un delinquente da incastrare a tutti
i costi.
Con amarezza, Mariafelicita de Baggis
Mafe de Baggis <mafca@mbox.vol.it>
(...)
Se davvero c’e’ della malafede in queste accuse
e non solo dell’incompetenza (gia’ questa e’ molto grave..) allora
non si sa piu’ a cosa pensare, a dove puo’ arrivare la cattiveria,
l’ottusita’, la arroganza del potere.
Piero Fedriga
<fedriga_piero@s715.ing.unibo.it>
(...)
Tutta la mia solidarieta’ e quella di Strano Network per la condanna
subita, se possiamo fare qualcosa ...
Ferry Byte - Strano Network
<ferry.byte@ecn.org>
(...)
Mi sento condannato anch’io.
Hanno condannato la mia liberta’, la mia voglia di giustizia.
Anche tu cercando giustizia, hai trovato solo la legge.
Pasquale Arena
<p.arena@peacelink.it>
(...)
Ho ricevuto notizia della incredibile sentenza nei tuoi confronti.
Ti esprimo tutta la solidarieta’ mia e della L.O.C..
Danilo Bazzanella
Lega Obiettori di Coscienza
<bazzanella@polito.it>
(...)
... tenete duro ragazzi. Franco.
Franco Nonnis
TELECOM ITALIA S.p.A
Servizio Video On Line
<franco@vol.it>
(...)
La vicenda di Giovanni mi ha fatto tornare in mente un episodio
accaduto qualche mese fa dalle nostre parti. Dovete sapere che,
a poche decine di chilometri da Pordenone, si estende una vasta
zona semi desertica, utilizzata dall’esercito per le sue esercitazioni.
Dalle caserme escono in colonna i carri armati, vanno a sparare
qualche colpo in mezzo ai sassi e poi rientrano. Nella loro "gita"
i carri spesso attraversano i centri abitati della zona; ci sono
i cartelli che, in teoria, vietano loro l’accesso, ma rispettarli
vorrebbe dire allungare il giro e quindi non si rispettano. Un
giorno dello scorso luglio, un pensionato di uno di questi paesini,
esasperato dal quotidiano passaggio dei carri armati, e’ uscito
di casa con il piatto in mano e si e’ messo a mangiare in mezzo
alla strada. Sono intervenuti i carabinieri che scortavano la
colonna e, anziche’ dare ascolto al pensionato, che invitava a
rispettare il divieto d’accesso, hanno fatto verbale e sporto
denuncia nei suoi confronti per "interruzione di pubblico
servizio". Il processo si e’ svolto senza la partecipazione
dell’imputato (il quale dice di non essere nemmeno stato avvertito)
e si e’ concluso con la condanna a due mesi di carcere. Condanna
definitiva, perche’ l’imputato non se l’e’ sentita di ricorrere
in appello, non avendo i soldi per pagarsi un avvocato.
Tutta la mia solidarieta’ all’amico Giovanni.
Tiziano Tissino
<tissino@mbox.vol.it>
(...)
Giustizia a colpi di modem
Come si può vedere, la rete di solidarietà e di appoggio
che si è creata intorno a PeaceLink e a Giovanni Pugliese
è grande e continua a estendersi. PeaceLink ha raccolto la
sfida lanciata da chi avrebbe avuto interesse a metterla in ginocchio,
e da quel fatidico giugno del ’94 non solo ha fatto sentire sempre
di più la sua voce attraverso i BBS, ma ha anche contribuito
alla realizzazione di libri, articoli e testi sulla Telematica per
la Pace, ha realizzato un gateway con internet per diffondere i
suoi messaggi in tutto il mondo oltre che sul circuito italiano
di BBS, ha inviato un "peacelinker" in Africa dove la
rete ha "adottato" la comunità Keniota di un missionario
comboniano che accoglie bambini di strada. Da quella comunità
adesso vengono diffuse in tutto il mondo via internet informazioni
di prima mano sull’Africa non soggette alla censura e al filtraggio
delle grandi agenzie di stampa internazionali.
Con sottoscrizioni volontarie e molte ore di lavoro è stato
realizzato il server "Alex Langer", collegato all’internet
24 ore su 24, che ora costituisce uno spazio libero e gratuito per
le associazioni e il mondo del volontariato, che possono diffondere
le loro informazioni in rete senza sottostare alle logiche dell’economia,
seguendo solo la legge della solidarietà. Dopo il sequestro
del suo nodo centrale PeaceLink si è trasformata, diventando
anche una associazione di volontariato oltre che una rete telematica,
affiancando solidarietà concreta a solidarietà digitale.
Ciò, comunque, non toglie importanza e gravità ai
fatti accaduti, non toglie urgenza e necessità di chiarire
al più presto e definitivamen-te questa vicenda, per affermare
l’innocenza di Giovanni Pugliese. Al dì là di tutte
le sentenze più o meno veritiere, questa innocenza la può
verificare chiunque semplicemente avendo a che fare con lui (in
rete o fuori). Quello che è più difficile scoprire
è chi ha avuto e continua ad avere interesse a zittire una
voce pacifista e non violenta che ha imparato a fare uso della telematica.
Forse questo rimarrà un altro dei mille misteri italiani.
Ma quello per cui vale la pena lottare è la speranza che
Davide, armato solo di un personal computer e di un modem, riesca
finalmente a far crollare Golia. È bello vedere come da un
computer portatile fatto circolare nelle scuole, nei sindacati,
nelle case della gente comune, possa partire un vento di speranza.
È bello rivendicare uno spazio di libertà "in
rete" per la cultura della pace e della nonviolenza, per una
informazione libera e non soggetta alle logiche di mercato. La telematica
ci permette di essere editori e produttori delle nostre informazioni
e di dare ad altri la possibilità di esserlo. Oltre ai suoi
sogni di sempre, dal giugno ’94 PeaceLink ne ha uno in più:
affermare l’innocenza di Giovanni Pugliese. Una battaglia di giustizia
da combattere a colpi di modem.
|
 |